L’elezione al soglio pontificio scatena la profonda crisi di fede e coscienza che covava nell’animo del nuovo Papa fin dai tempi dell’adolescenza in seminario. In un raptus di razionalismo e forte del dogma dell’infallibilità papale, il pontefice sfida l’esistenza di Dio e della sua Chiesa compiendo la più turpe serie di oscenità e delitti immaginabile: torture, omicidio, stupro, infanticidio, cannibalismo e suicidio per asfissia erotica. Il tutto ovviamente in diretta TV. Per rimediare il pasticcio, il concistoro si riunisce in tutta fretta, tradendo preoccupazione e nervosismo: scaricheranno i cardinali la colpa allo Spirito Santo che li ha consigliati male, o si rifugeranno dietro la balla del Signore che opera per vie misteriose?
~ Post scritti da Marcel ~
Dracula
Bram Stoker
Mondadori, Milano 2005
Perfetto esempio di libro che tutti conoscono ma che quasi nessuno ha letto, Dracula è un capolavoro di intelligenza, stile e costruzione.
Bram Stoker si serve della forma epistolare, di solito più adatta ai romanzi di introspezione che a quelli di azione, per innescare abilmente la suspense e soprattutto per orchestrare un sistema di punti di vista via via sempre meno attendibili: l’inaffidabilità dei narratori, tutti in condizioni psicologiche alterate, conferisce alla vicenda i contorni inquietanti e sfumati di un vero incubo.
In un romanzo in cui il protagonista eponimo quasi non appare, il finale brusco che chiude frettolosamente una caccia al vampiro durata centinaia di pagine non fa che amplificare il senso di sinistra incertezza.
Lontano anni luce dalle versioni romantiche del mito del vampiro che verranno, tanto quelle splendide di Anne Rice che quelle puerili di Twilight, il Conte Dracula di Stoker è animalesco, primitivo e terrorizzante, un insetto famelico che zampetta agilmente nel regno del metafisico.
Il pur notevole di film di Coppola che a questo libro si ispira con presunta fedeltà è viziato dalla stessa chiave sensuale. Il miglior adattamento resta ancora Nosferatu di Murnau, appropriatamente rigido, polveroso e sconcio come un cadavere decomposto. Consiglio di vedere il film e dopo leggere il libro. E poi di dormire, se ci riuscite.
Un uomo è ossessionato dalla Recherche di Proust. Passa l’intera sua vita a leggerla, riscriverla minuziosamente a mano su quaderni a righe, rileggerla, una frase dal libro e una dai quaderni, impararla a memoria e recitarla a se stesso, registrandosi col magnetofono e riascoltandosi poi rileggendo di nuovo ancora e ancora dai libri e dai quaderni finché non prende forma nella sua mente la folle idea di darle un sequel. Mentre viaggia col treno per l’Europa per fare “ricerche” per il suo libro, si convince di aver scoperto un ottavo volume lasciato incompiuto da Proust (cioè più incompiuto degli altri), ovviamente si illude di essere predestinato a completarlo e così facendo, in un delirio superomistico d’autore fallito, decide di ammalarsi di polmonite e poi muore.
(Metafora dell’artista post-moderno che invece di darsi una mossa e inventare qualcosa di nuovo rimugina e rimpasta quello che qualcun altro ha fatto, codardo.)
Il secondo consiglio per scrittori che Raymond Carver tiene appeso sulla parete davanti la propria scrivania è una frase di Isak Dinesen, pseudonimo di Karen Blixen.
Solo apparentemente pessimista, ricorda che sgobbare e persistere è la prima regola per qualsiasi cosa fatta bene.

Un uomo strappa delicatamente un foglio di carta igienica su cui si intravedono parole ben ordinate su righe come in un libro stampato. Compie il gesto con una lentezza estetizzante e si pulisce con una soddisfazione indicibile. Flashback in cui seguiamo il lunghissimo processo para-industriale che ha portato tutte le copie dell’ultimo successo editoriale del suo acerrimo nemico a essere comprate, raccolte, smantellate, trattate chimicamente per essere trasformate in una serie di rotoli di carta igienica con cui lui si può pulire il culo per tutto il resto della sua vita.
Commediografo: Le volevo chiedere, a che età i bambini iniziano a scrivere?
Psichiatra: Senta, c’è un romanzo assolutamente geniale scritto da un bambino di quattro anni.
Commediografo: Davvero?
Psichiatra: “Little Winky” di Horace Azpiazu.
Commediografo: Che carino.
Psichiatra: Non direi. Little Winky è un violentissimo anti-semita. La storia segue la sua iniziazione nel clan, la sua immersione dell’industria degli snuff porno e la sua definitiva degradazione per mano di un ex-carcerato nero di nome Eric Washington Jackson Jones Johnson…
Commediografo: Scritto da un bambino di quattro anni?
Psichiatra: …Jefferson.
Commediografo: Wow, scritto da un bambino di quattro anni.
Psichiatra: Beh, Azpiazu si è suicidato quando ne aveva cinque.
Charlie Kaufman
Synecdoche, New York [USA 2008]
Ecco, Kaufman si conferma il genio delle paranoie d’autore.
Ho letto Il Mestiere di Scrivere di Raymond Carver: a dispetto di quel che fa intendere il titolo, l’unico saggio veramente in tema è il primo – gli altri sono prefazioni alle sue raccolte di racconti, con quasi nessun insegnamento per gli aspiranti scrittori.
Nel saggio “Sulla scrittura creativa” Carver confessa l’abitudine di tenere appese sulla parete vicino la propria scrivania alcune frasi di scrittori che ammira, stampate su schede sei-per-dodici.
Consiglio validissimo, che metto subito all’opera qui con la prima scheda attaccata da Carver sulla sua parete, e ora sulla mia.

Da una trama classica (lei incontra lui), Banana Yoshimoto aveva tirato fuori con Kitchen un piccolo capolavoro di atmosfera, non detti, sensazioni e immagini: quando la leggerezza non fa il paio con inconsistenza. Alla fine della lettura era rimasto qualcosa di flebile, ma luminoso. Indubbiamente era presente, anche se “le parole sono sempre troppo crude e finiscono con lo spegnere luci preziose e fievoli.” La Yoshimoto in qualche modo c’era riuscita.
Folgorato da quella lettura, in libreria mi ero ritrovato davanti allo scaffale coi suoi libri: settanta centimetri di titoli monoparola con costole dai colori vividi, nell’insieme un effetto gradevole. Scelsi Il Corpo Sa Tutto, per il titolo meno banale degli altri. Come spesso succede nelle raccolte di racconti, l’esito era stato discontinuo e nel complesso l’impressione di esilità mi aveva tolto un bel po’ di gusto nella lettura. L’entusiasmo si era spento, dovevo ammetterlo, e le nostre strade si erano allontanate.
Ho rincontrato Banana solo qualche mese fa a casa di un amico. Avevo frequentato altre scrittrici, e lei stava lì, sullo scaffale, con meno centimetri del solito ma col consueto cromatismo gradevole. Ho ceduto. “Posso prenderti qualcosa della Yoshimoto?” avevo chiesto.
N.P. è stato il libro che ci ha riavvicinato: una storia affascinante e anche ben costruita. Dai, Banana, magari avevi ragione tu, forse ero stato impulsivo, lo sono spesso. Però procedevi stentata, le tue parole si ripetevano in modo esasperante, i dialoghi e le descrizioni non si amalgamavano e l’atmosfera non prendeva mai corpo. Alla fine, tra “malinconie struggenti”, “atmosfere particolari”, “sensazioni stranissime” e “silenzi preziosi” la parola che più avevo in mente era cliché.
Ma Banana insisteva, non mollava, voleva essere letta. A piccole dosi, l’ho frenata, e ho preso Lucertola. Non ho la minima idea di quali storie contenesse, eppure le ho lette, ne sono sicuro. Come una serata al pub in cui lei ti parla, ti parla, e la mattina dopo non ricordi nulla. Siamo stati bene ieri sera, no?, ti dice quando ti ritelefona, e non sai cosa rispondere.
E poi è stata la volta di L’Ultima Amante di Hachiko e la scoperta della verità, pura e semplice: letto uno, letti tutti.
Non era un brutto libro, anzi. Però quasi perfettamente sovrapponibile agli altri. Memo per il futuro: non leggere mai due libri della Yoshimoto di fila, ti si confondono l’un l’altro e non capisci più cosa era successo in questo o in quello. Comunque, la trama non ne risente.
E così, dopo un paio di mesi di pausa e un buon numero di altre frequentazioni, ieri sera Banana mi aveva convinto di nuovo. Stava rannicchiata sul comodino da settimane, ho allungato il braccio e l’ho presa. Alle due e mezza ero lì che leggevo Tsugumi, pagina dopo pagina, sbadigliando, ma certo per il sonno. Poi sono arrivato alla trentatré e mi son detto: ma… me ne frega qualcosa?
“Prendili, prendili tutti, tanto non li rileggerò di certo,” aveva risposto quel mio amico, evidentemente anche lui un innamorato deluso. Domani gliela riporto, tutta. Addio Banana, è stato un amore intenso ma breve, il nostro.
Jonathan Coe è uno scrittore inglese che ha studiato a Birmingham, città che fa da scenario alla maggior parte delle sue storie. I suoi romanzi presentano personaggi immaginari ma calati nel vivido e reale contesto della società inglese degli ultimi quarant’anni.
Il tratto principe dei romanzi di Coe è la notevole capacità di raccontare i temi sociali inscrivendoli in storie appassionanti e umanissime che fanno da veicolo alla soggiacente critica senza renderla ovvia. La sua preoccupazione di indagare il marcio dell’Inghilterra non potrebbe esser più chiara, ma Coe non perde mai di vista né la trama, sempre dinamica, né i personaggi, tratteggiati in modo brillante. Sfuggendo il rischio di moralismo o di didatticismo, i libri di Coe dicono moltissimo della società inglese che raccontano, delle persone che la costituiscono e, per estensione, di noi tutti.
La struttura a incastro, con passato e presente spesso parallelamente raccontati, e soluzioni espositive originali (differenti voci narranti, inserti extra-narrativi, patchwork di fonti) sono il tratto stilistico più evidente, anch’esso dosato alla perfezione. Anche quando non strettamente funzionali ai temi indagati, l’abilità di Coe nel creare una struttura solida avvince dalle prime pagine e conduce speditamente verso il finale. Mai manierista, l’artificiosa costruzione dei romanzi è tanto il binario su cui i personaggi si muovono quanto un modo originale per restituire il casino delle nostre vite.
Donna per Caso è il primo romanzo di Coe, scritto nel 1987: la storia di una ragazza che subisce senza scomporsi la proverbiale serie di sfortunati eventi che potremmo sintetizzare come “vita”, osservata da un narratore onnisciente che la osserva con lo stesso disincanto e cinismo con cui Maria osserva il mondo. Nonostante alcune scene di sublime sottigliezza, nell’insieme non risulta ben congegnato: il gioco di Coe è chiaro e in parte diverte, ma forse pesa la mancanza di un finale incisivo.
L’Amore non Guasta racconta le giornate di un ragazzo, aspirante scrittore, con la sua coinquilina. Coe tenta di rinnovare la formula del romanzo giovanile inserendo nella narrazione le quattro storie scritte dal suo protagonista. Sfortunatamente, risultano molto più riuscite del resto. D’altra parte potrebbe anche voler dire che l’arte è migliore della vita.
Questa Notte mi Ha Aperto gli Occhi è il primo romanzo interamente piacevole: una trama gialla ben congegnata, ricca degli andirivieni temporali e degli incastri che saranno gestiti magistralmente nelle opere successive, con un protagonista passivo come la donna del romanzo di esordio ma molto più simpatico e vivido. Con due libri rodaggio alle spalle, qui Coe si prepara al balzo, e dopo saranno tutti capolavori.
La Famiglia Winshaw mostra con chiarezza l’impressionante maturazione di Coe rispetto alle opere precedenti. Quattro anni di scrittura per una saga familiare che diventa potente metafora dell’Inghilterra degli anni ’80: ciascun membro dei Winshaw compie sulla società inglese un terribile crimine (ecologico, culturale, economico), rovinandola probabilmente per sempre. Critica satirica degli anni dominati dalla Tatcher, il libro è un perfetto esempio di storia che racconta la Storia. Ogni volta che lo rileggo sogno un analogo libro italiano che renda conto di tutti i fili del male che questo paese sta tessendo da cinquant’anni, tra mafie, politici corrotti, evasori fiscali, media mogul, produttori di spazzatura culturale e affaristi resi miopi dal denaro.
La Casa del Sonno è il meno politico-sociale dei romanzi di Coe e racconta le vicende di un gruppo di studenti su due linee temporali parallele, distanti un decennio. Con una manciata di personaggi impossibili da dimenticare, un affascinante contesto onirico e mirabili simmetrie tra passato e presente, Coe scrive un libro di sterminata bellezza, in cui le parole, frase dopo frase, hanno la consistenza dei granelli di zucchero sulla punta della lingua.
La Banda dei Brocchi e Circolo Chiuso costituiscono un romanzo di formazione multipla, in due puntate. Poiché racconta gli anni ’70 e gli anni ’90, viene considerato l’ampliamento della visione satirica di Coe sull’Inghilterra, in grado di osservare con lucidità trent’anni di decadenza del macrocosmo britannico mentre il microcosmo regge, lotta e sogna.
Con La Pioggia prima che cada Coe mette da parte la vena politico-sociale e racconta la storia di una anziana signora, appena scomparsa, attraverso le fotografie e i nastri registrati che ha lasciato alla nipote. Riducendo al minimo i consueti salti narrativi, coincidenze nei capitoli, incontri lontani nel tempo, Coe racconta una semplice storia fatta di ricordi e segreti. Poi arrivi in fondo e ti accorgi che le coincidenze, le sorprese e gli incastri ci sono comunque, come se non fosse lo stile dei romanzi di Coe a crearli ma la vita stessa.
Il nuovo libro, I terribili segreti di Maxwell Sim, è da poco uscito per Feltrinelli.
Il libro dell’inquietudine di Bernardo Soares
Fernando Pessoa
Feltrinelli, Milano 2000
Si potrebbe liquidare il tutto dicendo “Una sega mentale di 280 pagine.” Non che non sia vero, eppure ci sono frammenti scritti meravigliosamente che toccano indiscutibilmente malesseri molto umani, e si scopre che un secolo fa qualcuno aveva già il male di vivere che certi psico-sociologi attribuiscono al decadimento di questi anni.
Il che potrebbe anche voler dire che nell’ultimo secolo non abbiamo fatto nessun passo avanti.
Ma senza divagare: nonostante la pesantezza e un’impressione di cupio dissolvi, il libro merita, specie se si è di animo propenso allo spleen. Come ha scritto un certo Marco su Anobii, “i pensieri di molti esposti come pochi.”
E poi, senza questo libro non esisterebbe questo blog.