Stanley Kubrick e Me » Full Metal Jacket http://www.emiliodalessandro.it Rivelazioni e cronache inedite dell'assistente personale di un genio. Mon, 30 Jan 2017 09:28:36 +0000 it-IT hourly 1 http://wordpress.org/?v=3.4.1 L’inceneritore http://www.emiliodalessandro.it/2014/04/inceneritore/ http://www.emiliodalessandro.it/2014/04/inceneritore/#comments Fri, 18 Apr 2014 11:54:16 +0000 Filippo http://www.emiliodalessandro.it/?p=538 Quando Stanley concludeva un film lasciava dietro di sé qualche tonnellata di roba da far entrare in casa: fotografie, costumi, documenti, tappeti, mobili, lampadine, televisori, cavi elettrici… Non buttava mai niente. Anche se non sapeva se qualcosa sarebbe tornata utile preferiva comunque conservarla «Perché non si sa mai.»

L’unica cosa che era certo di buttar via era la pellicola che non aveva usato nel montaggio finale dei suoi film. Scoprii questa sua abitudine quando concluse il lavoro su Shining. Mi chiese semplicemente di portare un po’ di pizze di pellicola all’inceneritore e di farmi aiutare da Martin Hunter se ne avessi avuto bisogno. Capii il senso di questo consiglio quando mi trovai di fronte dozzine di pizze. Furono necessari tre carichi pieni di furgone per portar via tutta la pellicola.

Usciti dalla città ci orientammo verso l’inceneritore seguendo una colonna di fumo nerastro che saliva verso il cielo. Quando posteggiammo il furgone, l’aria già vibrava di un ruggito basso e profondo. Mi avvicinai all’edificio incuriosito. Il rombo cresceva. Arrivai alla bocca dell’inceneritore, mi sporsi e vidi un lungo scivolo dalle pareti annerite che scendeva per metri e metri verso il basso fino a scomparire in un vortice di luce bianca accecante. Le fiamme ululavano dal basso e un getto di aria calda mi arrivava sulla faccia. Dio mio, pensai, la bocca dell’Inferno.

Fu lì dentro che finirono Jack, Wendy, Danny, Halloran e i fantasmi dell’Overlook Hotel, lanciati da Martin una pizza alla volta.

Sette anni dopo l’inferno era sempre lì, pronto a inghiottire le parolacce di Lee Ermey.

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Il corredo dei marines http://www.emiliodalessandro.it/2012/09/il-corredo-dei-marines/ http://www.emiliodalessandro.it/2012/09/il-corredo-dei-marines/#comments Tue, 25 Sep 2012 17:10:58 +0000 Filippo http://www.emiliodalessandro.it/?p=162 Il vestiario dei marines per Full Metal Jacket fu acquistato in negozi londinesi che vendevano abbigliamento militare di seconda mano. Le giacche con le tasche, di stoffa resistente, arrivavano invece dall’America, nuove, cucite sullo stesso modello di quelle d’epoca. Ognuna aveva una fettuccia di tessuto su cui era stato stampato il nome del Marine che l’avrebbe indossata. L’azienda che le produsse ne fece anche una con stampato “Stanley Kubrick” come regalo, ma Stanley non gradì: preferiva essere un signor nessuno e si sentiva a disagio a indossarla. Me la regalò e la detti a mio figlio Jon, che divenne così lo Stanley Kubrick numero 3, dopo quello originale e me. Stanley trovò ancor meno divertente vedere il proprio nome inciso nelle placche identificative dei marines: un altro regalo per nulla gradito che passò istantaneamente dalle sue mani alle mie.

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A Beckton Gas Works http://www.emiliodalessandro.it/2012/09/a-beckton-gas-works/ http://www.emiliodalessandro.it/2012/09/a-beckton-gas-works/#comments Sun, 16 Sep 2012 18:58:12 +0000 Filippo http://www.emiliodalessandro.it/?p=141 Una foto scattata da Martin Hunter nei nostri sopralluoghi alla fabbrica di Beckton, scelta da Stanley come location per la città di Hue in Vietnam.

Intorno alla fabbrica l’aria era gelida, incredibilmente più fredda di Childwickbury: senza il riparo della città e con davanti solo un’ansa del Tamigi, il vento colpiva violentemente gli edifici semidemoliti, fischiando tra i buchi nel cemento. Il terreno era coperto di neve ghiacciata che crepitava sotto i nostri stivali.

Per quasi un mese, ogni mattina andavamo a Beckton con il nostro carico di rullini, sandwich e giacconi. Martin doveva fotografare tutto: dagli edifici ai muri di cinta, dalle rocce biancastre ai ferri arrugginiti che spuntavano dal terreno. Mi dava indicazioni su dove posizionarmi nell’inquadratura mentre tenevo in mano un’asta graduata di due metri con cui avrebbe calcolato l’altezza degli edifici una volta sviluppata la foto. Lui scattava tutto intorno, per far vedere a Stanley i confini dell’area e i palazzi moderni della periferia di Londra che facevano capolino da certi punti dell’orizzonte, e io camminavo da una costruzione all’altra lasciandomi scorrere dietro il metro flessibile per misurare le distanze. Poi urlavo a Martin le misure da registrare su un taccuino. Doveva disegnare la piantina dell’intero complesso perché Stanley, infatti, non era riuscito a ottenerla dall’azienda.

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Trent’anni con Kubrick http://www.emiliodalessandro.it/2012/09/trentanni-con-kubrick/ http://www.emiliodalessandro.it/2012/09/trentanni-con-kubrick/#comments Mon, 10 Sep 2012 23:14:29 +0000 Filippo http://www.emiliodalessandro.it/?p=180 L’accoglienza che abbiamo ricevuto al Festivaletteratura di Mantova è stata straordinaria: come ha scritto Emanuele Salvato su Il Fatto Quotidiano,

Già esaurito l’evento che vedrà protagonista Emilio D’Alessandro. A prima vista un Carneade, ma basta scorrerne la biografia per rendersi conto di come mai i biglietti per ascoltarlo siano andati a ruba.

Circa 300 persone erano presenti nell’aula magna dell’Università per la presentazione del libro “Stanley Kubrick e me”. Per chi non fosse riuscito ad entrare, un resoconto dettagliato con alcune foto è disponibile sul sito del festival.

Di seguito invece una selezione delle fotografie inedite con cui abbiamo accompagnato i ricordi di Emilio dai set dei film di Stanley Kubrick.

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Accompagnare le persone da Kubrick http://www.emiliodalessandro.it/2012/09/accompagnare-le-persone-da-kubrick/ http://www.emiliodalessandro.it/2012/09/accompagnare-le-persone-da-kubrick/#comments Sat, 01 Sep 2012 13:50:12 +0000 Filippo http://www.emiliodalessandro.it/?p=106 Comportandosi in modo schivo e riservato, Stanley non faceva che alimentare una serie di dicerie che rimbalzavano da un articolo di giornale all’altro. Ne avevo avuto già un assaggio durante le riprese di Barry Lyndon e ora, anni dopo, davano ancora fastidio. Tutti coloro che conducevo da Stanley mi chiedevano come potessi «lavorare con una persona del genere».

Charles Aznavour, che accompagnai da Heathrow a Abbots Mead, esordì chiedendomi apertamente se Stanley fosse «una brutta persona». «No, assolutamente» risposi sorpreso da quell’approccio un po’ ruvido. La sua voce tremava di nervosismo.
Nino Rota era stato ancora più spaventato: appena lo vidi mi si gettò contro e, confortato dalla lingua comune, diede sfogo alla sua ansia: «Come posso farcela? Aiutami!». Balbettava e tremava, e a poco valevano le mie rassicurazioni. L’intero tragitto fu un’incessante sequela di lamenti e sospiri.

Dieci anni dopo, Matthew Modine si trovava nella stessa situazione, ma fece l’opposto rimanendo zitto per tutto il tragitto. Stanley mi aveva preannunciato quanto sarebbe stato piacevole parlare con una persona gentile e pacata come Matthew – «un tono di voce alla James Stewart» aveva detto –, eppure non avevo sentito una parola. Era impietrito.
Ancora dieci anni dopo, Candia McWilliam, la scrittrice che Stanley convocò per Eyes Wide Shut, riuscì invece a mascherare piuttosto bene la sua trepidazione: sfruttando la conoscenza dell’italiano, cercò di rilassarsi facendomi raccontare la vita nelle campagne intorno a Cassino.

«Quanto manca?» esordì Matthew a metà del tragitto verso Childwickbury.
«Ancora un po’» risposi «quando stiamo per arrivare la avverto.»
«Ma insomma, com’è davvero Stanley?» chiese Candia tradendosi.
«Vede quest’automobile?» le dissi «Stanley vuole che usi questa stessa Mercedes – che è di sua proprietà – per la mia famiglia, per i viaggi che faccio con mia moglie. Io mi sono sempre rifiutato perché la mia Datsun è più che sufficiente, ma lui insiste e ci prova ogni volta. Si accorgerà presto anche lei che non è per niente facile smuoverlo dalle sue posizioni.»
«Però quello che la gente dice sul suo conto…» continuò Nino, a cui l’agitazione scioglieva la lingua.
«Un mucchio di cavolate!» conclusi io attenuando la definizione di Andros.
«Però sui giornali scrivono che…»
«Allora quello che scrivono su di te è tutto vero?» risi io di rimando.
«Come ti trovi a lavorare con lui?
«Benissimo.»
«Ti rimprovera mai?»
«Neanche una volta.»
Nella Mercedes tornò il silenzio. Ragazzi, non vi mangia mica!
Nello specchietto retrovisore Candia appariva disorientata, più che rassicurata: il mito del tiranno solitario che crolla così su due piedi doveva essere una visione spiazzante, come quella di un cavaliere pronto all’incontro con il drago che si ritrova di fronte una lucertola.

«Manca ancora molto?» ripeté Matthew quando imboccai Harpenden Road.
«Solo pochi minuti ormai.»
Era iniziato il conto alla rovescia, il nervosismo cresceva.
«Mi chiederà cose impossibili!» si lamentava Aznavour.
«Se l’ha convocata, vuol dire che è in grado di fare quello che chiede» dissi più per rassicurarlo che per contestare quell’affermazione.
«Non è detto, non è detto» mormoravano tutti alle mie risposte prima di ripiombare nel silenzio.
«La casa di Stanley è qui in mezzo?» azzardò Matthew tratto in inganno dal passaggio attraverso Childwick Green.
«No, manca mezzo miglio.»
Aperto il primo cancello col telecomando, Matthew ci riprovò: «È questa?».
«No, quello è lo Stable Block» lo contraddissi ancora «Stanley abita più avanti, al prossimo cancello.» Matthew non chiese più nulla e restò immobile finché non spensi il motore della Mercedes.

Stanley attendeva sempre i nuovi ospiti nel suo ufficio, e toccava a me farli accomodare. Si faceva trovare seduto dietro la scrivania, poi si alzava e ci raggiungeva tendendo la mano. Capitava perfino che mi chiamasse al telefono della Mercedes per essere sicuro di sedersi tra le sue carte per tempo. Agli incontri successivi, invece, si faceva trovare già alla porta d’ingresso ed era lui a fare strada.

«Preferirei restassi con me durante il colloquio con Kubrick» mi chiese Nino, trattenendomi sulla porta di casa.
«Non posso, è un colloquio privato tra te e lui.» Mi supplicava con gli occhi. «Possiamo fare così» proposi «resterò nella stanza finché non mi farai un cenno che va tutto bene, solo allora uscirò dall’ufficio.»
Vidi Candia rassettarsi nervosamente il vestito prima di seguirmi all’interno.
Bussai alla porta della Dome Room ed entrai, presentando Matthew a Stanley. I due si strinsero la mano. Anche Nino gliela prese. E Candia, e monsieur Aznavour. Dissi ai quattro, e a tutti gli altri prima e dopo di loro, la mia frase di rito: «Tra mezz’ora torno e vi porto un caffè», e quando Nino si voltò vidi per la prima volta i suoi piccoli occhi sorridere di sollievo. Chiusi la porta dietro di me e li lasciai soli.

Nessuno di loro sapeva che avevo detto una piccola bugia. Solo Stanley poteva decidere quando interrompere il primo round con un caffè. Il cercapersone non squillava mai prima di un’ora. Quando tornavo ad aprire la porta, Nino, Matthew, Candia e decine di altri, in salotti diversi e ad anni di distanza, avevano tutti la stessa espressione elettrizzata.
«You’ll tell me on the way out!», ne riparleremo all’uscita, avevo detto a tutti, e adesso eccoli lì, a scuotere la mano di Stanley senza volerla più lasciare.

«Che persona straordinaria!» esclamò Matthew prima ancora di risalire in macchina, e iniziò a farmi un sacco di domande su come l’avevo conosciuto, da quanto tempo lavoravo con lui e se mi trovavo bene. Adesso non stava più zitto, Matthew.
«Non potevo credere che fosse come me l’avevi descritto» ammise Nino «Stanley Kubrick è l’esatto contrario di quello che dice la gente.»

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