Stanley Kubrick e Me » Estratti http://www.emiliodalessandro.it Rivelazioni e cronache inedite dell'assistente personale di un genio. Mon, 30 Jan 2017 09:28:36 +0000 it-IT hourly 1 http://wordpress.org/?v=3.4.1 I viaggi per Barry Lyndon http://www.emiliodalessandro.it/2013/03/i-viaggi-per-barry-lyndon/ http://www.emiliodalessandro.it/2013/03/i-viaggi-per-barry-lyndon/#comments Sun, 17 Mar 2013 14:09:35 +0000 Filippo http://www.emiliodalessandro.it/?p=515 Come le onde che si allargano su uno stagno dopo il lancio di un sasso, l’incessante ricerca di location adatte a Barry Lyndon spingeva Ken Adam sempre più lontano da Abbots Mead, fino ad arrivare in Irlanda. Le colline e gli edifici storici intorno a Dublino sembravano indispensabili per raccontare una storia che si svolgeva in larga parte nelle campagne dell’isola. Stanley non aveva altra scelta che lasciare l’Inghilterra.

Nell’estate del ’73 pianificò l’enorme trasloco: per ciascun reparto della produzione mise a disposizione un paio di mezzi di trasporto per caricare il materiale e individuò un responsabile che avrebbe risposto dell’intera operazione.

Iniziai a portare in Irlanda i documenti degli avvocati che sancivano l’avvio della produzione, i libri paga preparati dai contabili e i contratti assicurativi che Margaret aveva formulato. Poi fu la volta di qualche furgone carico di mobili e oggetti di scena, noleggiati o fatti realizzare a Londra. Nei viaggi di ritorno, il furgone veniva riempito di materiale che non serviva più e che andava riportato nei magazzini inglesi. Ricevetti anche l’incarico di trasportare decine e decine di casse di candele che sarebbero servite per illuminare le scene di interni in notturna: l’idea di Stanley e John era di fare luce solo con le piccole fiammelle, limitando al massimo l’uso di faretti o di altre luci elettriche.

Viaggiavo via terra, mare, aria. In aereo impiegavo circa un’ora, più il tempo del check-in. Via terra, con l’auto o i furgoni e la traversata in traghetto, ci voleva mezza giornata. Lo stesso tempo era necessario quando prendevo il treno, anche se il viaggio era molto più comodo: il personale di bordo serviva il pranzo e potevo riposare come fossi in una stanza di albergo. Tuttavia, era un lusso che veniva concesso di rado, perché le richieste erano sempre più urgenti. I viaggi peggiori erano quelli per mare. Quando il 19 gennaio 1960 mi ero imbarcato a Calais per emigrare avevo visto il mare per la prima volta in vita mia, e il viaggio tra le onde in tempesta fu terribile. Il traghetto mi sembrava troppo piccolo e troppo carico di persone, e paurosamente fuori controllo. Tanta fatica per venire a morire qui, ché non si capiva nemmeno se era Francia o Inghilterra. Mi era mancata l’aria quando Stanley mi aveva detto che non si sentiva sicuro ad affidare una decina di casse alle mani degli operai della compagnia marittima. Avevo passato le tre ore di viaggio di nuovo aggrappato alla ringhiera, con il rumore dell’acqua contro i finestrini e gli occhi quasi sempre chiusi, a pregare Dio di tornare a toccare la terraferma.

All’aeroporto di Heathrow sfruttavo dei biglietti senza orario che consentivano di imbarcarmi sul primo volo disponibile. Margaret era riuscita a ottenere una serie di condizioni favorevoli dai dirigenti delle compagnie aeree grazie all’enorme numero di voli che la Hawk Films prenotava. Per esempio, a chi è capitato di frequentare l’aeroporto durante i mesi autunnali del 1973 avrà sentito dagli altoparlanti un messaggio che si ripeteva ogni quindici minuti: «Emilio D’Alessandro to contact the office». In mezzo ad annunci di ritardi e di apertura dei cancelli, «Emilio D’Alessandro contatti l’ufficio», e io già sapevo che dovevo chiamare Margaret. L’idea era stata sua: per mettersi in contatto con me faceva annunciare quel messaggio alla speaker dell’aeroporto in modo che, sentendolo appena arrivato al check-in, chiamassi il Lodge con urgenza. Allo stesso modo, prima di imbarcarmi dovevo passare davanti alla bacheca del personale dove gli impiegati dell’aeroporto lasciavano le comunicazioni amministrative che riguardavano chi lavorava nelle compagnie di volo: io invece vi trovavo i messaggi che Margaret aveva dettato per telefono alla segreteria dell’aeroporto, con i magazzini presso cui ritirare del materiale e i nomi di persone a cui rivolgersi. Strappavo il biglietto dalla bacheca, lo mettevo in tasca e continuavo di corsa. Erano privilegi speciali, ottenuti con il metodo che aveva sempre funzionato al Lodge: regali a chi sedeva ai posti di comando.

Identica strategia per il personale della dogana del porto inglese e di quello irlandese. Erano accorgimenti da poco ma facevano un’enorme differenza: una telefonata il giorno prima per assicurarsi che ci fosse posto, cinque sterline allungate al volo per salire in qualche traghetto già pieno… Se non avessimo agito in questo modo, per completare Barry Lyndon sarebbero occorsi dieci anni. La produzione del film era costantemente appesa al sottile filo della puntualità dei trasporti: un ritardo qualunque, anche solo di un giorno, per un disguido alla dogana o un aereo perduto, lasciava centinaia di persone con le mani in mano a un costo impressionante. Cosa erano cinque sterline – che pure erano una bella mancia all’epoca – di fronte alle cinquemila risparmiate rientrando nei tempi?

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Fotografare i quadri di Christiane Kubrick http://www.emiliodalessandro.it/2013/02/fotografare-i-quadri-di-christiane-kubrick/ http://www.emiliodalessandro.it/2013/02/fotografare-i-quadri-di-christiane-kubrick/#comments Sun, 17 Feb 2013 22:04:02 +0000 Filippo http://www.emiliodalessandro.it/?p=466 Alla fine degli anni ottanta si presentò l’occasione di pubblicare un libro sui quadri di Christiane. Alcune delle sue tele erano state vendute, ma molte altre restavano appese in casa o immagazzinate nello Stable Block. Era giunto il momento di realizzare un catalogo completo delle sue opere.

Stanley aveva preso accordi con la Warner per la pubblicazione e la distribuzione del libro, mentre Christiane stava discutendo con la critica d’arte del Sunday Times su quali opere scegliere e cosa scrivere nell’introduzione. Martin Hunter aveva da poco lasciato Childwickbury per tornare a lavorare in America, perciò mancava il fotografo ufficiale di casa Kubrick.

«Emilio, pensi che tua figlia possa essere interessata?»

Marisa aveva iniziato ad appassionarsi alla fotografia da adolescente, grazie a un corso pomeridiano organizzato da una delle sue insegnanti. Quando aveva compiuto diciotto anni si era iscritta all’Ealing Technical College & School of Art, ma lo aveva abbandonato perché troppo tecnico per i suoi interessi: più che sapere come la fotografia si era evoluta nel corso dei secoli, Marisa voleva approfondire l’aspetto creativo che si cela dietro una foto perfettamente realizzata. All’inizio del 1984 era riuscita a farsi assumere come apprendista allo studio di Charles Green a Edgware, dove ebbe modo di affinare le sue abilità per «dipingere un ritratto illuminando il soggetto», come mi spiegava entusiasta. Green le permise anche di imparare molto sui bagni di sviluppo e su tutta la postproduzione: sporcarsi le mani e occuparsi di ogni fase del lavoro era ciò che Marisa aveva sempre desiderato fare. Nelle conversazioni che facevamo nel suo ufficio, Stanley mi domandava spesso dei progressi e dei risultati di Marisa, e io gli raccontavo che aveva deciso di mettersi in proprio come fotografa freelance, ottenendo numerosi incarichi dalla Cameo Photography e da Hills & Saunders, due dei migliori studi londinesi di ritrattistica. Per i tre anni in cui collaborò con loro, Marisa ebbe modo di fotografare membri della famiglia reale inglese, studenti della Eton School, ambasciatori e lord nelle loro proprietà di campagna. Nel 1989, quando riuscì a diventare membro del British Institute of Professional Photography, Marisa era la ragazza più giovane che avesse mai ottenuto quel titolo.

«Non lo so, prova a telefonarle» avevo risposto a Stanley.

«Ma come “perché sei preoccupata?” papà!» mi disse quella sera quando mi chiamò a casa per raccontarmi della proposta «mi ha chiesto di fare le foto per i quadri di sua moglie, non è il mio campo! Mi sono specializzata in ritratti, non so se sono in grado di farlo. E poi… e poi hai visto la fotografia di Barry Lyndon? Come posso essere all’altezza?» Marisa si era sempre rammaricata di non aver potuto osservare da vicino Stanley e John Alcott durante il lavoro su quel film: all’epoca aveva solo dieci anni. Barry Lyndon era l’unico film di Stanley che menzionava in continuazione: l’abilità di John Alcott nel dosare la luce e la composizione – gli elementi puri del mezzo fotografico – e il suo senso della storia l’avevano sempre profondamente commossa e lasciata senza fiato. «Ogni fotogramma di quel film è una fotografia perfetta, ineguagliabile» diceva sempre.

«Marisa, se non te la senti, rifiuta l’offerta, non è un problema» le dissi per tranquillizzarla.
«Ma io voglio scattare quelle foto!»
«Bene, allora sei pronta.»

Marisa si presentò a Childwickbury; Stanley la ragguagliò sul lavoro, le presentò la macchina Wista e poi l’accompagnò al piano di sopra, nel nuovo studio fotografico. Le opere di Christiane erano dipinti a olio, incisioni ad acquaforte e disegni a carboncino, quindi avrebbero richiesto tecniche differenti per un’accurata riproduzione del colore sulla pellicola fotografica.

Alla fine Marisa si fece coraggio e accettò l’incarico. Chiese a me di aiutarla a trasportare i quadri e al fidanzato di darle una mano con la Wista dal punto di vista tecnico. Passarono un paio di giorni a testare differenti tipi di pellicola, tempi di esposizione, metodi di illuminazione utilizzando le lampade Lowel di Stanley ammucchiate nei sotterranei di Childwickbury. Una volta fatte le prove per lo sviluppo, Marisa portò a termine il lavoro in meno di una settimana. Stanley e Christiane si complimentarono e spedirono il materiale alla Warner per la pubblicazione.

Nel 1990 Christiane Kubrick Paintings arrivò in libreria. «Emilio, vai a Londra e controlla che il libro sia messo bene sugli scaffali.» In perlustrazione a Foyles e Dillons trovavo sempre poche copie del catalogo, quasi mai in esposizione, e se chiedevo informazioni al commesso mi sentivo rispondere che le avevano esaurite in poco tempo. Quando tornai a Childwickbury e raccontai a Stanley delle ottime vendite prese subito il telefono in mano, senza nemmeno commentare. «Julian» esordì brusco «chiama quelli della Warner e digli di stampare altre copie del libro, a Londra sono già finite.» A volte appariva contento solo quando riusciva a risolvere un problema.

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L’album di ritagli dell’Overlook Hotel http://www.emiliodalessandro.it/2013/01/lalbum-di-ritagli-delloverlook-hotel/ http://www.emiliodalessandro.it/2013/01/lalbum-di-ritagli-delloverlook-hotel/#comments Sun, 20 Jan 2013 12:24:12 +0000 Filippo http://www.emiliodalessandro.it/?p=451 A Natale, come ogni anno, Stanley mi aveva spedito a casa degli amici e dei collaboratori londinesi per consegnare i suoi regali. Quest’anno il pacco per Alexander Walker era particolarmente grande e pesante. Quando arrivai al suo appartamento, il portiere mi disse che Alex era in vacanza in Svizzera e io avvisai Stanley del mancato recapito. Quando qualche giorno dopo ritentai la consegna, trovai Alex molto seccato.
«Lo sai che cosa ha fatto Stanley?» esordì senza che io proferissi parola. «Mi ha cercato mentre ero in vacanza in Svizzera. Ha chiamato tutti gli alberghi finché non mi ha trovato e mi ha tenuto al telefono un’eternità per farmi fare un lavoro per Shining. Glielo avevi detto tu che ero in Svizzera?»
«Be’, Alex… sì, ma non pensavo…»
«In vacanza, capisci? Non ha rispetto nemmeno per le vacanze di Natale!»
Non osai replicare. Io le vacanze di Natale non le facevo più dal 1970. Buttai lì un’espressione un po’ imbarazzata che voleva suggerire un pensiero come «Lo-sai-come-è-fatto-Stanley» per fargli sbollire la rabbia. Alex prese il regalo e si congedò.

Il tentativo di Stanley arrivò comunque in porto se, qualche settimana dopo, Alex accettò di aiutare Stanley con la creazione di un volume di ritagli con articoli di giornale da quotidiani del Colorado, sfruttando le sue competenze da giornalista per comporre una serie di articoli che descrivessero l’oscuro passato dell’Overlook Hotel, fatto di incidenti inspiegabili, suicidi imprevisti e criminali in fuga. Stanley consegnò ad Alex cinquant’anni di prime pagine del Denver Post e del Rocky Mountains News su microfilm 35mm. Gli consegnò anche il visore, grande come un frigorifero, che Alex dovette penare non poco per sistemare nel suo appartamento. Alla fine, dopo sei settimane passate a scrivere titoli di finte notizie sullo stile dei due quotidiani di inizio secolo, il lavoro era concluso, ma poi la sequenza in cui Jack doveva sfogliare questi articoli non fu mai utilizzata. Lavorare con Stanley voleva dire anche questo.

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Un contributo di Milena Canonero http://www.emiliodalessandro.it/2012/12/un-contributo-di-milena-canonero/ http://www.emiliodalessandro.it/2012/12/un-contributo-di-milena-canonero/#comments Fri, 28 Dec 2012 11:05:10 +0000 Filippo http://www.emiliodalessandro.it/?p=398 Quando penso a Emilio, una serie di immagini mi scorre davanti agli occhi in ordine sparso, non cronologico, ma costante è sempre il ricordo del suo sorriso. Un sorriso innocente, dolce, che si allargava e gli riempiva il viso, mentre con gli occhi esprimeva un certo divertimento curioso. Ero contenta che Stanley avesse preso un connazionale per fare un lavoro che senza dubbio si sarebbe esteso al di là del solito convenzionale ruolo di autista.

Emilio, un tipo magrolino con i capelli neri e lisci e un viso intelligente e furbo. Lo incontrai la prima volta nel cortile davanti alla casa dei Kubrick a Elstree. Emilio mi sorrise. Parlava italiano con un forte accento della Ciociaria. Al principio era nervoso e guardava con timidezza tutta questa gente che andava e veniva. Era tutto un mondo che girava intorno alla famiglia Kubrick: un misto di famiglia e di industria cinematografica, con l’aggiunta di tre golden retriever e dei nervosissimi e bellissimi gatti. Mi riuscì subito simpatico e gli assicurai che si sarebbe trovato bene in questo ambiente, e anche se gli poteva sembrare caotico era invece amichevole e familiare e niente affatto noioso, ma anzi unico.

E poi c’erano a guidarlo il magnifico e incredibile Andros, l’assistente di S.K., e Margaret, la segretaria di S.K. Dietro il suo aspetto timido e discreto, Emilio aveva il temperamento del corridore. Questo era stato il suo background e questo gli servì a imparare velocemente e abilmente a come giostrarsi in questo nuovo mondo. Con disponibilità e flessibilità entrò presto a far parte del nostro entourage kubrickiano.

Era contento di conoscere un’italiana e gli dissi che Stanley e Christiane Kubrick avevano altri grandi amici italiani, come Riccardo Aragno e Letizia Adam. Spesso cucinavamo dei bei pranzetti italiani e gli indicai dove trovare a Soho i migliori negozi di specialità fresche italiane.

Quando, più in là, si cominciò a lavorare in full pre-production per Barry Lyndon, Emilio non esitò mai né si tirò indietro quando gli chiedevo di allargare i suoi giri per aiutarci a ritirare materiale necessario ai costumi. Anzi, era felice di poter collaborare e soddisfare le varie richieste che gli arrivavano in più del suo lavoro.

Non credo di aver mai visto Emilio di cattivo umore. Sempre molto discreto, non lo sentii mai criticare o lamentarsi ma, al contrario, sempre pronto con humour a svolgere il suo lavoro e a vederne il lato positivo e interessante. Sono ansiosa di leggere le memorie di Emilio. Penso che il desiderio di raccontare le proprie memorie sia un gesto che esprime quanto si tenga a quel tempo passato, e perciò si voglia condividere un po’ di quel sapore con gli altri perché il passato non si perda nel nulla.

Per me, l’amichevole e simpatica presenza di Emilio nella famiglia Kubrick è parte integrante della mia memoria di quei bei tempi. E con gioia sento che la sua voce al telefono non è mai cambiata e ha la stessa tonalità e accento ciociaro di allora.

Milena Canonero

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Le regole di Stanley Kubrick http://www.emiliodalessandro.it/2012/10/le-regole-di-stanley-kubrick/ http://www.emiliodalessandro.it/2012/10/le-regole-di-stanley-kubrick/#comments Tue, 23 Oct 2012 10:18:26 +0000 Filippo http://www.emiliodalessandro.it/?p=361 Le regole che Stanley aveva messo a punto servivano a garantire il perfetto funzionamento di Abbots Mead. Bastava seguirle alla lettera. Me ne ero accorto già dai primi giorni, quando mi aveva suggerito di non fidarmi mai dei receptionist degli alberghi o dei portieri dei palazzi ma di consegnare i documenti sempre e solo nelle mani dei diretti interessati. Si sforzava in ogni modo di prevenire i problemi. E non amava perdere tempo in chiacchiere: dopo aver dato indicazioni generali a voce, per i compiti di routine comunicava lasciando note scritte e bigliettini sulle scrivanie.

Con lui non esistevano sprechi, ma neanche risparmi. Si svegliava verso le dieci o le undici di mattina, a volte anche a mezzogiorno, e alla sera andava a letto molto tardi per sfruttare fino all’orario di chiusura gli uffici della Warner in America. La mattina presto, quando ancora stava dormendo, io, Andros e Margaret iniziavamo a lavorare e sbrigavamo i compiti che ci aveva lasciato poche ore prima, quando si era buttato a letto. Al suo risveglio trovava tutto risolto e ricominciava il giro. In questo modo sembrava non si fermasse mai; e in effetti era così.

Ognuno di noi aveva ricevuto in dotazione un kit buono per ogni occasione. A me aveva dato una valigetta ventiquattrore che conteneva i fogli dell’assistenza per le Mercedes e le altre automobili, il tesserino dell’assicurazione automobilistica e qualunque altro documento che poteva servire nelle mie commissioni. Portarsi dietro un ufficio mobile diminuiva le possibilità di dover rientrare alla base e perdere tempo. Lui stesso faceva altrettanto, inzeppando di penne, fotocopie, fogli bianchi e registratori a minicassette le tasche e i taschini dei suoi giubbotti.

Nelle mie invece non sarebbero mai dovuti mancare due bloc-notes, uno grande e uno piccolo, due penne (una di riserva) e il day-timer – un’agendina con una settimana per pagina su cui dovevo annotare nomi di persone, indirizzi di uffici, orari di appuntamenti, numeri di telefono e prezzi di svariati oggetti. La dimensione del bloc-notes era stata scelta per entrare esattamente nelle tasche anteriori della mia camicia. Su questo indumento Stanley era stato molto preciso: da quando lavoravo con lui avevo iniziato a indossare solo camicie che avessero due tasche davanti; nella tasca destra tenevo il blocco per gli appunti, i biglietti che lui mi lasciava e gli scontrini; nella sinistra i contanti, la patente ed eventuali documenti di riconoscimento. Le tasche dovevano essere chiuse con dei bottoni, in modo che il contenuto non si rovesciasse se mi fossi chinato. Nel portafoglio mi aveva chiesto di tenere costantemente cinquecento sterline: servivano per coprire qualunque spesa dovessi fare durante l’orario di lavoro. Se spendevo dei soldi, tornato a casa dovevo riprenderne altri in modo da averne sempre cinquecento in tasca.

Il kit per le automobili prevedeva una valigetta di primo soccorso, una torcia, un accendino e altre penne sparse nei cruscotti, ma anche tre rotoli di corda da trenta metri da usare nel caso ci fossimo imbattuti per strada in un cane ferito o abbandonato (legare il cane, portarlo da un veterinario, accoglierlo a Abbots Mead e cercare una persona fidata a cui regalarlo), una museruola da usare se il cane era un po’ agitato e dei guanti robusti di pelle, utili per lo stesso cane o se avessimo trovato un gatto particolarmente arrabbiato.

Negli uffici non doveva mai mancare una scorta sufficiente di carta per la fotocopiatrice, una riserva di bloc-notes e quaderni per gli appunti, più un corredo infinito di penne biro e stilografiche. Stanley era un maniaco delle stilografiche, ne aveva diversi modelli e gli piaceva da morire scrivere intingendo il pennino nelle boccette di inchiostro. Era così entusiasta delle sue Parker che tentò di contagiarmi regalandomene una, confezionata in una scatola di lusso.

«Stanley, perché mi fai questi regali? Non la so neppure usare, mi trovo meglio con le biro.»
«No» rispose lui, rimettendomi la scatola nelle mani, «per favore, accettala.»
Dovetti accettarla, ma la tenni a casa chiusa in un cassetto e continuai a scrivere con le biro da venti pence.

Ma Stanley non si accontentava di un semplice grazie. Qualche settimana dopo tornò con un nuovo scrigno di legno lucido firmato Montblanc. Lo aprii e trovai un set di penne e matite, con due biro, «così puoi usare quella che vuoi».
«Stanley, me le ruberanno! Perché mi fai questi regali costosi? Non mi servono.»
«Le tieni a casa. Marisa e Jon possono farci i compiti.»

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Location scouting per Eyes Wide Shut http://www.emiliodalessandro.it/2012/10/location-scouting-per-eyes-wide-shut/ http://www.emiliodalessandro.it/2012/10/location-scouting-per-eyes-wide-shut/#comments Wed, 03 Oct 2012 17:10:21 +0000 Filippo http://www.emiliodalessandro.it/?p=258 Stanley voleva che lo accompagnassi anche nei sopralluoghi alle ville e castelli d’epoca scelti come location per Eyes Wide Shut. Preferiva spostarsi con la sua macchina, con me alla guida, così seguivamo con la Rolls il location manager e la sua auto, mentre dietro di noi un furgoncino portava l’assistente regista e il direttore della fotografia.
La nostra carovana sfilava placida a 50 miglia orarie. «Perché diavolo va così piano?» esclamò Stanley contrariato «Devo arrivare là finché c’è ancora luce! Emilio, sorpassalo.» Accelerai fino a 70 miglia al successivo rettilineo e superai la macchina del location manager, facendo in tempo a vedere il suo sguardo perplesso che ci osservava dal finestrino.
Arrivati sul posto, Stanley scese dalla Rolls e prese a scattare una quantità impressionante di fotografie, infilando un rullino dopo l’altro nelle sue tasche, e a volte anche nelle mie.
«Come mai Stanley ti permette di guidare oltre le 50 miglia?» mi chiese uno dei tecnici prendendomi in disparte, «A noi ci obbliga a restare sempre sotto.»
«Non ne ho idea» dissi stringendomi nelle spalle «da quando lo conosco mi ha sempre detto di guidare alla velocità limite consentita perché non ha tempo da perdere.»

Il giorno seguente, mi recai di nuovo alla villa da solo con Stanley. Col passare dei giorni mi accorsi che chiedeva spesso di tornare dove eravamo già stati con gli altri assistenti. Si portava dietro l’esposimetro e leggeva a voce alta i valori indicati nel display; poi controllava l’ora sull’orologio da polso e mi chiedeva di scrivere tutto quanto su due bloc notes, il mio e il suo, due copie identiche, una per sicurezza. Io scrivevo alla cieca, non sapendo minimamente il significato di quelle cifre e mi domandavo come mai non si facesse accompagnare da qualcuno che si intendesse di fotografia. Ma Stanley non sembrava affatto preoccupato dalla mia ignoranza.
Prima di partire insisteva per utilizzare la Rolls: «Non trovi che tutto questo spazio abbia i suoi vantaggi?» chiedeva Stanley mentre si organizzava un ufficio mobile lì dentro, poggiando sull’ampio sedile documenti dattiloscritti, cartelline colorate e il computer portatile. Giorni dopo mi allungò un foglio di carta su cui aveva disegnato il progetto di una specie di parallelepipedo cuneiforme, con misure annotate per ogni lato: «Portalo dai carpentieri di Pinewood, per favore.» Quando mi chiamarono per ritirare l’oggetto misterioso, capii subito cosa fosse: la scrivania di Stanley in trasferta. Teneva quella tavoletta sulle gambe come base di appoggio e dal sedile posteriore impartiva ordini via telefono a tutti i suoi sottoposti: l’aveva sempre fatto, ma mai in maniera così efficiente come nella Rolls dove tutto era a portata di mano e di penna.
«Emilio, passami il tuo cellulare» mi chiedeva appena saliva a bordo. Utilizzava il mio telefono per tutte le telefonate di lavoro: voleva evitare che gli altri avessero il suo numero privato. L’inconveniente era che continuavo a ricevere telefonate per conto di Stanley Kubrick: «No, non è questo il suo numero,» «No, il regista non è con me,» «No, non so quando sarà di ritorno.» Stanley invece era molto più sbrigativo quando qualcuno chiamava al mio numero chiedendo di me: «Non può rispondere, sta guidando» e riattaccava.

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I bauli di Stanley Kubrick http://www.emiliodalessandro.it/2012/09/i-bauli-di-stanley-kubrick/ http://www.emiliodalessandro.it/2012/09/i-bauli-di-stanley-kubrick/#comments Thu, 06 Sep 2012 10:34:37 +0000 Filippo http://www.emiliodalessandro.it/?p=154 Dopo il trasloco a Childwickbury, era giunto il momento di trovare un posto alla roba di Stanley. Lo Stable Block, l’edificio di forma quadrata con cortile interno precedentemente adibito a stalle, fu provvidenziale. Nello stanzone di destra Stanley volle sistemare i bauli che contenevano tutto quello che non aveva mai buttato via da quando aveva iniziato a fare film. Erano centinaia: una piramide di bauli di legno, di acciaio, verdi, neri, grandi, più grandi, enormi. Ammassati nel cortile di Childwickbury erano uno spettacolo impressionante. Una buona parte conteneva le cose che Stanley aveva trasportato via nave quando si era trasferito dagli Stati Uniti in Inghilterra: non venivano aperti da allora. Oggetti, libri e altre cianfrusaglie che aveva nel suo appartamento a New York più tutto il materiale di produzione dei film che aveva girato in America. Alcuni avevano ancora legate con lo spago le etichette della Cunard Line, la compagnia di navi transatlantiche su cui aveva fatto il viaggio negli anni sessanta. Lì dentro c’era tutta la vita americana di Stanley.

Prima che decidesse di raccoglierli tutti nella nuova casa, erano conservati in due magazzini a pagamento, a Bullens e a Bushey. Giacevano lì da almeno dieci anni, ammassati senza un ordine preciso, contrassegnati solo da un numero. L’inventario era andato perso, e ogni volta che bisognava cercare qualcosa era un dramma.

Io e Andros prendevamo un baule, io da una parte e lui dall’altra, toglievamo la targhetta della nave, lo aprivamo e guardavamo se quello che conteneva era ciò che Stanley stava cercando. Spesso non lo era. Bisognava prenderne un altro. Stanley ci richiedeva di solito dei libri o delle riviste dandoci indicazioni talvolta generiche come «cercate un baule grande, nero, coi bordi di metallo» talvolta più precise come «baule numero 150.» Nel primo caso, scoprivamo che almeno venti bauli erano grandi, neri, coi bordi di metallo; nel secondo, che il 150 non esisteva affatto.
Insieme ad Andros avevo iniziato a elencare su un registro il contenuto di ogni baule aperto, in modo da ricostruire un po’ alla volta l’inventario perduto. Vecchi numeri di Look. Vecchi numeri di altre riviste americane. Ritagli di giornale. Contratti con la United Artists. Tabulati del personale sul set di un vecchio film. La fotografia di diploma di Stanley. Lettere di avvocati. Lettere di collaboratori. Lettere di ammiratori. Altre lettere. Libri. Libri grandi. Libri piccoli. Cose varie.

Al ritorno portavamo l’elenco da Stanley che guardava il materiale e ci diceva se tenerlo o sbarazzarcene: «Get rid of it! Ma tieni il baule vuoto, lo useremo per qualcos’altro.»

Memore dell’esperienza passata, questa volta pregai Stanley di organizzare i bauli in modo più intelligente, dato che aveva uno spazio intero a disposizione. Mi chiese quale fosse il problema principale nel trovare il baule giusto. «Trovarlo!» risposi io. Proposi di sistemarli in file e contrassegnare ciascuna fila con delle lettere: «I bauli hanno già i numeri, così come a battaglia navale possiamo trovarli al volo» suggerii. «Giusto» rispose Stanley, «il secondo problema?» «Prendere quelli in basso.» Proposi di non impilare mai un baule sopra l’altro: ciascuno doveva poggiare sul ripiano.
«Emilio, facciamo un bell’inventario, che ne dici?»
«Stanley, abbi pazienza, te lo scordi.»
«Magari lo faccio fare a qualcun altro?»
«Come vuoi, ma non voglio nemmeno sapere chi è.»

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Accompagnare le persone da Kubrick http://www.emiliodalessandro.it/2012/09/accompagnare-le-persone-da-kubrick/ http://www.emiliodalessandro.it/2012/09/accompagnare-le-persone-da-kubrick/#comments Sat, 01 Sep 2012 13:50:12 +0000 Filippo http://www.emiliodalessandro.it/?p=106 Comportandosi in modo schivo e riservato, Stanley non faceva che alimentare una serie di dicerie che rimbalzavano da un articolo di giornale all’altro. Ne avevo avuto già un assaggio durante le riprese di Barry Lyndon e ora, anni dopo, davano ancora fastidio. Tutti coloro che conducevo da Stanley mi chiedevano come potessi «lavorare con una persona del genere».

Charles Aznavour, che accompagnai da Heathrow a Abbots Mead, esordì chiedendomi apertamente se Stanley fosse «una brutta persona». «No, assolutamente» risposi sorpreso da quell’approccio un po’ ruvido. La sua voce tremava di nervosismo.
Nino Rota era stato ancora più spaventato: appena lo vidi mi si gettò contro e, confortato dalla lingua comune, diede sfogo alla sua ansia: «Come posso farcela? Aiutami!». Balbettava e tremava, e a poco valevano le mie rassicurazioni. L’intero tragitto fu un’incessante sequela di lamenti e sospiri.

Dieci anni dopo, Matthew Modine si trovava nella stessa situazione, ma fece l’opposto rimanendo zitto per tutto il tragitto. Stanley mi aveva preannunciato quanto sarebbe stato piacevole parlare con una persona gentile e pacata come Matthew – «un tono di voce alla James Stewart» aveva detto –, eppure non avevo sentito una parola. Era impietrito.
Ancora dieci anni dopo, Candia McWilliam, la scrittrice che Stanley convocò per Eyes Wide Shut, riuscì invece a mascherare piuttosto bene la sua trepidazione: sfruttando la conoscenza dell’italiano, cercò di rilassarsi facendomi raccontare la vita nelle campagne intorno a Cassino.

«Quanto manca?» esordì Matthew a metà del tragitto verso Childwickbury.
«Ancora un po’» risposi «quando stiamo per arrivare la avverto.»
«Ma insomma, com’è davvero Stanley?» chiese Candia tradendosi.
«Vede quest’automobile?» le dissi «Stanley vuole che usi questa stessa Mercedes – che è di sua proprietà – per la mia famiglia, per i viaggi che faccio con mia moglie. Io mi sono sempre rifiutato perché la mia Datsun è più che sufficiente, ma lui insiste e ci prova ogni volta. Si accorgerà presto anche lei che non è per niente facile smuoverlo dalle sue posizioni.»
«Però quello che la gente dice sul suo conto…» continuò Nino, a cui l’agitazione scioglieva la lingua.
«Un mucchio di cavolate!» conclusi io attenuando la definizione di Andros.
«Però sui giornali scrivono che…»
«Allora quello che scrivono su di te è tutto vero?» risi io di rimando.
«Come ti trovi a lavorare con lui?
«Benissimo.»
«Ti rimprovera mai?»
«Neanche una volta.»
Nella Mercedes tornò il silenzio. Ragazzi, non vi mangia mica!
Nello specchietto retrovisore Candia appariva disorientata, più che rassicurata: il mito del tiranno solitario che crolla così su due piedi doveva essere una visione spiazzante, come quella di un cavaliere pronto all’incontro con il drago che si ritrova di fronte una lucertola.

«Manca ancora molto?» ripeté Matthew quando imboccai Harpenden Road.
«Solo pochi minuti ormai.»
Era iniziato il conto alla rovescia, il nervosismo cresceva.
«Mi chiederà cose impossibili!» si lamentava Aznavour.
«Se l’ha convocata, vuol dire che è in grado di fare quello che chiede» dissi più per rassicurarlo che per contestare quell’affermazione.
«Non è detto, non è detto» mormoravano tutti alle mie risposte prima di ripiombare nel silenzio.
«La casa di Stanley è qui in mezzo?» azzardò Matthew tratto in inganno dal passaggio attraverso Childwick Green.
«No, manca mezzo miglio.»
Aperto il primo cancello col telecomando, Matthew ci riprovò: «È questa?».
«No, quello è lo Stable Block» lo contraddissi ancora «Stanley abita più avanti, al prossimo cancello.» Matthew non chiese più nulla e restò immobile finché non spensi il motore della Mercedes.

Stanley attendeva sempre i nuovi ospiti nel suo ufficio, e toccava a me farli accomodare. Si faceva trovare seduto dietro la scrivania, poi si alzava e ci raggiungeva tendendo la mano. Capitava perfino che mi chiamasse al telefono della Mercedes per essere sicuro di sedersi tra le sue carte per tempo. Agli incontri successivi, invece, si faceva trovare già alla porta d’ingresso ed era lui a fare strada.

«Preferirei restassi con me durante il colloquio con Kubrick» mi chiese Nino, trattenendomi sulla porta di casa.
«Non posso, è un colloquio privato tra te e lui.» Mi supplicava con gli occhi. «Possiamo fare così» proposi «resterò nella stanza finché non mi farai un cenno che va tutto bene, solo allora uscirò dall’ufficio.»
Vidi Candia rassettarsi nervosamente il vestito prima di seguirmi all’interno.
Bussai alla porta della Dome Room ed entrai, presentando Matthew a Stanley. I due si strinsero la mano. Anche Nino gliela prese. E Candia, e monsieur Aznavour. Dissi ai quattro, e a tutti gli altri prima e dopo di loro, la mia frase di rito: «Tra mezz’ora torno e vi porto un caffè», e quando Nino si voltò vidi per la prima volta i suoi piccoli occhi sorridere di sollievo. Chiusi la porta dietro di me e li lasciai soli.

Nessuno di loro sapeva che avevo detto una piccola bugia. Solo Stanley poteva decidere quando interrompere il primo round con un caffè. Il cercapersone non squillava mai prima di un’ora. Quando tornavo ad aprire la porta, Nino, Matthew, Candia e decine di altri, in salotti diversi e ad anni di distanza, avevano tutti la stessa espressione elettrizzata.
«You’ll tell me on the way out!», ne riparleremo all’uscita, avevo detto a tutti, e adesso eccoli lì, a scuotere la mano di Stanley senza volerla più lasciare.

«Che persona straordinaria!» esclamò Matthew prima ancora di risalire in macchina, e iniziò a farmi un sacco di domande su come l’avevo conosciuto, da quanto tempo lavoravo con lui e se mi trovavo bene. Adesso non stava più zitto, Matthew.
«Non potevo credere che fosse come me l’avevi descritto» ammise Nino «Stanley Kubrick è l’esatto contrario di quello che dice la gente.»

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